“Donare aiuta chi dona”

(di Virginia Marchiori)
Ieri la Fondazione ha presentato i risultati del bilancio sociale, oltre 442mila euro raccolti nel 2025, più di 290mila erogati al territorio, costi di gestione sotto il 9% e un patrimonio che supera gli 830mila euro. Sono i numeri di una realtà che opera nel cuore di Verona, con sede nel palazzo del Seminario Vescovile. Abbiamo incontrato il presidente Giovanni Mantovani.
La Fondazione della Comunità Veronese è un ente filantropico nato nel 2010 per volontà di monsignor Adriano Vincenzi e di un gruppo di persone convinte che attraverso la diffusione della “cultura del dono” fosse possibile dare una risposta ai bisogni della comunità. Radicata nel territorio, favorisce la nascita di collaborazioni tra enti, associazioni e cittadini, con la cultura del dono al centro: trasformare la solidarietà in futuro per la comunità veronese.
Partiamo dai numeri: 442mila euro raccolti, 290mila distribuiti. Come ci siete riusciti?
La nostra capacità deriva dalla generosità dei donatori. Noi non abbiamo un patrimonio proprio significativo – quello che raccogliamo, lo restituiamo tutto al territorio. I costi di gestione sono sotto il 9%, e questo è possibile anche grazie a un gruppo di 6-8 volontari che ogni giorno, dal lunedì al giovedì, gestisce le donazioni in entrata e in uscita e verifica che i progetti vengano davvero realizzati.
Quali i progetti più significativi del 2025?
Abbiamo sostenuto 27 progetti e ne abbiamo avviati altri 29. Quest’anno è emerso un filo conduttore chiaro: gli interventi di riqualificazione non si sono limitati all’aspetto architettonico, ma sono diventati occasioni di riqualificazione sociale. La Casa di Accoglienza a Negrar per chi si cura lontano da casa, il Centro Giovanile di Castagnaro restituito a giovani e famiglie, il rilancio del cinema-teatro Alcione come punto di riferimento culturale inclusivo per la comunità.
Come selezionate i progetti?
Il criterio è semplice: accettiamo progetti con finalità buone, corrette e sostenibili. Ma non eroghiamo mai donazioni se non a fronte di risultati raggiunti. Quando abbiamo contribuito al restauro della torre campanaria di San Zeno, per esempio, i fondi sono stati rilasciati solo dopo che i tecnici hanno presentato l’attestazione della realizzazione dell’opera. Vale per i beni architettonici, vale per i progetti sociali. Non esistono donazioni a fondo perduto.
Il 22 maggio siete al Teatro Ristori.
Sì, con “La notte degli ulivi”, monologo di Erich Emanuel Smith interpretato da Christian Poggioni, con una riflessione di Monsignor Martino Signoretto. La serata, promossa con Fondazione Più di un Sogno e ASFA, lancerà sei nuovi progetti di raccolta fondi a favore di ragazzi con sindrome di Down.
E poi c’è la “Piazza del Dono” di dicembre.
Dal 4 al 6 dicembre 2026, in Gran Guardia. Tre giorni in cui il volontariato veronese occuperà il centro della città, tra i mercatini di Natale e le piazze di Santa Lucia. Non solo per raccogliere fondi, ma per promuovere ogni forma di dono: di tempo, di competenze, di professionalità. Il 5 dicembre, Giornata Internazionale del Volontariato, potrebbe coincidere con il passaggio di testimone da Modena a Verona come città del volontariato 2027.
Una riflessione sul concetto di dono.
I donatori sono contenti di donare. Si scopre quasi sempre che donare fa stare bene anche chi dona, è quasi una relazione, non un atto unilaterale tra chi dà e chi riceve. E il dono non è solo economico: si può donare tempo, competenze, professionalità. Si può anche creare presso la Fondazione un fondo dedicato, un’azienda, un gruppo di privati, con una destinazione specifica e un proprio comitato di gestione. Il dono, insomma, ha molte forme. E tutte restituiscono qualcosa a chi le pratica.